A Cuba trionfa la diplomazia parallela di Obama e Francesco

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U.S. President Barack Obama welcomes Pope Francis to the United States upon his arrival at Joint Base Andrews outside Washington September 22, 2015.  ANSA/ POOL REUTERS/Tony Gentile

L’arrivo del presidente americano Barack Obama a Cuba è una vittoria delle diplomazia: da Washington a L’Avana certo, passando però anche dal Vaticano

L’arrivo del presidente americano Barack Obama a Cuba è una vittoria delle diplomazia: da Washington a L’Avana certo, passando però anche dal Vaticano. Papa Francesco è stato infatti il mediatore di questa autentica impresa politica e storica, i ‘sacri palazzi’ d’Oltretevere hanno ospitato una parte decisiva – quella finale – degli incontri fra le due delegazioni, e la Segreteria di Stato, guidata dal cardinale Pietro Parolin, si è fatta in pratica garante di quell’accordo. Come in un libro sulla guerra fredda di John Le Carré, le colombe sono riuscite ad avere la meglio sui falchi delle rispettive parti, il dialogo ha vinto sulla rigidità della contrapposizione e del conflitto ideologico. Francesco ha lavorato di concerto con Raul Castro e Barack Obama, il Segretario di Stato John Kerry ha ricevuto l’aiuto della diplomazia della Santa Sede. A Cuba pure ha tessuto la tela dell’accordo il cardinale Jaime Ortega, arcivescovo dell’Avana e ‘grande elettore’ del papa al conclave, che ha stabilito buone relazioni con il regime riuscendo ad aprire spazi importanti per la presenza della Chiesa e mettendo da parte la linea inutile del muro contro muro.

Anche per la Santa Sede si tratta di una vittoria clamorosa, il ritorno di un protagonismo sulla scena mondiale che sta caratterizzando tutto il pontificato di Bergoglio e che nella ripresa delle relazioni fra gli Stati Unti e Cuba, ha colto un successo le cui implicazioni non sono ancora nemmeno del tutto emerse. Del resto prendersi la leadership morale dell’America Latina, spesso in collaborazione con i capi di Stato del continente, era uno degli obiettivi forse non dichiarati o non immediatamente visibili in Europa, di Jorge Mario Bergoglio quando fu eletto al Soglio di Pietro. La ‘patria grande’ , l’unità dei popoli del Sudamerica, è certamente un mito, eppure l’America Latina sente storicamente questa condivisione di destino, di condizione, di vicinanza. Un sentimento che si contrappone e alterna ai nazionalismi di cui pure la storia latinoamericana non è esente.

E Francesco, da parte sua, ha certamente colto il valore assunto dal modello cubano per gli Stati della regione: non solo la lotta di Davide contro Golia, ma l’idea di una indipendenza indomabile che durava anche oltre la caduta dei muri in Europa. E qui è iniziata la politica: Francesco ha deciso di dare una mano a Cuba e a Raul, il riformatore prudente; in tal modo ha contribuito a scalzare dal piedistallo d’argilla il Venezuela chavista, modello incerto e roboante, costruito su base petrolifera, di un populismo che – dopo aver raccolto il consenso delle classi popolari – virava verso forme sempre più pericolose di autocrazia e di crisi economica.

Cuba è senza dubbio anche un regime ma la sua storia ha un altro valore politico: il castrismo per lunghi decenni ha unito i popoli del continente, ha rappresentato una speranza sociale al di là delle violazioni dei diritti umani che pure segnavano la vita del regime. Poi l’embargo, l’isolamento, la povertà, il tentativo di mantenere intatto un sistema educativo e sanitario fra i primi della regione, nonostante qualche mitizzazione, hanno fatto di Cuba l’isola-mito. Obama ha avuto il merito, espresso fin dal principio del suo mandato, di voler chiudere la stagione di questa lunga e assurda contrapposizione, ha capito che il papa era il partner giusto e anzi lo ha seguito lungo il cammino che Francesco ha tracciato; Raul non è stato umiliato e ora può rafforzare l’apertura economica – nonostante non sia ancora finito l’embargo – che è ragione di vita per ‘la isla grande’.

E non poteva essere, infine, che papa Francesco, il papa che critica il dominio della finanza globale e che chiede di mettere ‘gli scartati’ – tremenda e bellissima metafora della contemporaneità globale – al centro della storia e della politica, a traghettare Cuba nell’epoca del disgelo. I candidati repubblicani alla Casa Bianca, da Donald Trump a Ted Cruz, esponenti di un conservatorismo estremo sia pure diverso per sensibilità, si sono scagliati contro Obama che avrebbe ottenuto poco o niente da Castro sul piano dei diritti civili. Eppure non può sfuggire come la caduta del muro fra Washington e l’Avana sia evento destinato a riscrivere anche la storia della grande comunità cubana in America come delle relazioni fra gli Stati Uniti e il resto del continente. Infine la Santa Sede è al centro anche di un altro negoziato storico vicino alla conclusione, quello fra governo colombiano e le Farc, le Forze armate rivoluzionarie di Colombia, la più antica guerriglia sudamericana (nata nel 1964 e ancora attiva). I negoziati fra governo di Bogotà e Farc si sono svolti a Cuba e anche in questo caso la Chiesa ha giocato un ruolo chiave. Non a caso Kerry, al seguito di Obama nell’isola caraibica, incontrerà in queste ore il capo delle Farc, un fatto che solo a pensarlo qualche anno fa, sarebbe stato impensabile. La storia, dunque, in America si è rimessa davvero in cammino e lancia un messaggio anche a noi: il dialogo fra lontani è possibile, la pace ha sempre una chance.

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