25 anni fa se ne andava Miles Davis, lo stregone del jazz

Musica
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Il musicista dell’Illinois non fu solo il più famoso trombettista della storia del jazz, ma uno degli artisti che hanno segnato più profondamente il secolo scorso. In occasione dell’anniversario della sua morte, ripercorriamo alcuni vertici della sua carriera

Miles Davis, compositore e trombettista nato nel 1926 ad Alton, nell’Illinois, e spentosi in un ospedale di Santa Monica 25 anni fa, è considerato uno dei musicisti più influenti del XX secolo. La sua produzione ha generato una mole di opere critiche che ne analizzano motivi e contesto, stile e biografia, vezzi e curiosità, tale da riempire gli scaffali di intere biblioteche. La ricchezza dei suoi lavori e il loro approccio alla forma sonora costituisce tutt’oggi, quando non una fonte di ispirazione diretta, un esempio da seguire per molti generi musicali.
schermata-09-2457660-alle-17-08-57La sua figura, scandagliata nei minimi particolari, mitizzata e ridimensionata, è ormai parte dell’iconografia musicale del Novecento; la narrazione che vuole Miles Davis come l’incarnazione di tutte le spinte culturali che caratterizzano la modernità ha avuto buon gioco nel dipingerlo volta per volta in maniera antitetica: quindi ecco l’uomo impossibile, affascinante, demoniaco, sentimentale, seduttore, bisessuale, misogino, bastardo, arrogante, violento, spirituale, sentimentale, materialista, elegante, triviale, avido, generoso, sublime, infame, ladro di idee, innovatore, conservatore. Una coesistenza degli opposti che potrebbe andare avanti quasi all’infinito.

Da questa veloce ricognizione del Miles Davis letto attraverso la lente della critica, emerge la portata di un artista che occupa lo stesso spazio di altri grandi e tormentati geni del secolo scorso, da Pablo Picasso a Igor Stavinskij; figure che sostanzialmente minano il dispiegarsi dell’ormai vetusta razionalità moderna, aprendo il campo a un’irrazionalità tutta contemporanea, capace di spalancare le porte all’intuizione pura, di svilupparsi senza rigidi criteri in una tensione che scioglie le contraddizioni e fluidifica gli opposti. Per questo Miles Davis ha assunto (soprattutto quello della cosiddetta “svolta elettrica”) l’aura dello sciamano e dello stregone, diventando il depositario di una carica esoterica, messianica, occulta.

Consapevoli di non poter fornire un quadro esaustivo dell’inesauribile percorso musicale del Nostro, ci limiteremo ad alcuni accenni, che si focalizzano su cinque lavori riconosciuti come album fondamentali non solo per la storia del jazz, ma per la musica tout court.

Birth of the Cool
Registrato tra il 1949 e il 1950 e uscito nel 1957, questo album è un manifesto programmatico già dal titolo. Miles Davis traghetta il be-bop, genere che informa quasi tutto il jazz dagli anni Quaranta in poi, verso il cosiddetto cool jazz. Lo stile tipico del bop, contraddistinto da complesse figure ritmiche e armoniche, fraseggi frenetici e da un elevato gradiente d’improvvisazione – tale che i solisti deviano dalle melodie principali per dare libero sfogo alla propria creatività estemporanea – viene ibridato con le composizioni e gli arrangiamenti per le grandi orchestre. Il risultato sono dei brani brevi che riescono a suonare rilassati anche nella loro complessità: il termine cool, “freddo”, deriva proprio da questa sorta di elegante contegno, che evita che il clima si surriscaldi, perfino quando il ritmo è scattoso e saltellante. Il disco, arrangiato da Gil Evans, John Lewis, Johnny Carisi e Gerry Mulligan è suonato dalla famosa tuba band di ben nove elementi, eppure il risultato ha un qualcosa di intimo e confidenziale.

 

Kind of Blue
Pubblicato nel ’59 e considerato uno dei dischi jazz più importanti e compiuti, è famoso anche per essere tra quelli che hanno venduto di più. Anche in questo caso Miles Davis non si limita a scrivere un album straordinario ma inventa un nuovo linguaggio; è infatti riconducibile a Kind of Blue la prima espressione davvero compiuta di quello che viene chiamato jazz modale, sostanziale reazione alle strutture sovraccariche di accordi e ritmicamente compulsive dei generi precedenti, ai quali viene contrapposta la ricerca di un mood più disteso e scorrevole.  Le due sessioni d’improvvisazione avvenute nel 1959 vedono all’opera uno dei sestetti più leggendari della musica jazz – John Coltrane, Bill Evans, Cannonball Adderley, Jimmy Cobb, Paul Chambers e Wynton Kelly. So What, il brano che apre il disco, costruito su due soli accordi, è diventato uno dei temi più riconoscibili della storia del jazz.

In a Silent Way
Un altro album che, se non compie del tutto una rivoluzione, è prodromico al radicale cambiamento che avviene con i lavori successivi. Sul finire degli anni ’60 troviamo Miles Davis alle prese con la personale ricerca di una forma che sposti più in là i confini del jazz. Già artefice di due rivoluzioni fondamentali, che hanno dato il là al cool jazz e al jazz modale, il Nostro è refrattario verso i nuovi codici del free jazz che si vanno strutturando in quel periodo, tra l’altro ottenendo un ottimo riscontro di pubblico e soprattutto di critica. L’atteggiamento di Miles Davis è di estremo sospetto, addirittura arriverà a tacciare il nuovo genere di essere supportato dalla critica bianca per fare in modo che si imponga uno stile sì libero da qualunque vincolo, ma allo stesso tempo privo di alcun senso: una sorta di arma a doppio taglio che sancirebbe la fine delle vette qualitative che la musica nera aveva toccato anni prima; insomma, un vero e proprio complotto in bello stile. Questa lettura, oltre a farci penetrare nella mente contorta del genio che l’ha partorita, serve in parte a spiegare qual è la direzione che Miles Davis prende per compiere l’ennesima rivoluzione musicale. In a Silent Way, così come i precedenti dischi Miles in the Sky e Files de Kilimanjaro, ospita una paletta timbrica dominata da strumenti elettrici, vera e proprio rivoluzione della tradizionale strumentazione jazz. Inoltre le due lunghe tracce (in realtà si tratta di 4 brani proposti quasi senza soluzione di continuità) che costituiscono il disco sono soggette a un massiccio lavoro di post produzione: i nastri registrati in studio vengono tagliati e sottoposti a sovraincisioni per poi essere editati insieme al produttore Teo Macero; tutta l’operazione preannuncia la svolta del successivo, celeberrimo album del trombettista.

Bitches Brew
Uno dei lavori più dibattuti dell’intera storia della musica contemporanea, Bitches Brew (1970) è avveniristico per concezione e produzione. Miles Davis riunisce un gruppo eterogeneo di musicisti, tra i quali Joe Zawinul all’organo elettrico, Chick Corea al piano elettrico, John McLaughlin alla chitarra e il batterista Jack DeJohnette, invitandoli a jammare. Mentre il nastro scorre, tutte le improvvisazioni del gruppo vengono catturate per essere successivamente editate; si tratta per lo più di un lavoro di post produzione che cuce insieme una moltitudine di frammenti più o meno brevi, suonati dall’ensemble seguendo le direttive dello stesso Miles Davis, che impartisce istruzioni assecondando un piano che si va delineando nella sua mente. È di tre anni prima Tomorrow Never Knows dei Beatles, basata sulla manipolazione in studio di tape loops, mentre nel settembre dello stesso anno muore Jimi Hendrix, nel quale Miles Davis vedeva la speranza per una nuova musica nera. Tessendo insieme tutte queste suggestioni, il trombettista confeziona un lavoro che per approccio è anticipatore di molte musiche che sarebbero arrivate decenni dopo – si pensi, per esempio, ai suoni di oggi, spesso basati proprio sul concetto di post produzione – e che apre le porte a una sorta di negritudine psichedelica a metà tra il tribale e il post umano.

On the Corner
Ecco il Miles Davis dei primi ’70: quello che all’epoca viene accusato di essersi venduto e che negli ultimi anni è stato riscoperto dalla critica, che si lascia sprofondare in abissi privati e artistici e lancia segnali della scoperta di nuove frontiere musicali. In quel periodo gira in Ferrari e vive a Manhattan, in una costante dipendenza da droghe e sesso, ed è sovente preda di stati psicotici, quando non di veri e propri deliri. In questo contesto, il percorso cominciato coi dischi precedenti lo porta ad allontanarsi ancora di più dal jazz: e se da una parte questa deriva fa storcere il naso ai puristi, dall’altra segna l’invenzione di un mondo sonoro estremo, in cui la contaminazione e la mancanza di un centro danno vita a un lessico originale, che si avvicina non tanto al funk e al rythm’n’blues quanto alle loro proiezioni destrutturate ed esagerate.
L’ennesima rivoluzione che proietta il suono verso un imprecisato futuro; esemplificativa, a questo proposito, una leggenda che narra di Miles Davis invitato a cena alla Casa Bianca insieme a un gruppo di illustrissimi ospiti. Uno di questi si rivolge a lui, chiedendogli cosa avesse fatto per meritarsi di presenziare a un così prestigioso convito. La risposta del trombettista è perentoria e non lascia spazio a repliche: “Semplicemente, ho cambiato la storia della musica tre o quattro volte”.

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