2015 di sangue per i reporter, i rischi maggiori arrivano lontano dal fronte

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Due terzi sono stati uccisi in Paesi virtualmente in pace: 110 le vittime

La loro «colpa» era di voler raccontare la realtà. Raccontare dal fronte – un fronte sempre più esteso, e non solo per il proliferare dei conflitti nel mondo – verità scomode, scavando nei fatti, mettendo in luce le responsabilità del potere. Per questo erano diventati dei testimoni scomodi. Il bilancio di sangue pagato nel 2015 dai giornalisti è di 110 reporter uccisi, molti – a sorpresa e in controtendenza rispetto agli anni passati – non in zone di guerra ma in Paesi formalmente privi di conflitti.

È quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’organizzazione «Reporter senza frontiere» (Rsf). Dei 110 uccisi, 67 sono stati uccisi mentre stavano svolgendo il loro lavoro mentre 43 hanno perso la vita in circostanze avvolte dal mistero. Un dato ancora più preoccupante, secondo l’orle dell’Onu per proteggere i reporter. Per Il segretario generale di Rsf, Christophe Deloire, si tratta di una misura «assolutamente essenziale». Sul tema dei giornalisti uccisi, sequestrati, minacciati, arrestati arbitrariamente, è intervenuto anche il numero uno del Palazzo di Vetro, Ban-Ki-Moon, che ad agosto aveva espresso preoccupazione per la «quasi totale impunità» a cui vanno incontro i responsabili di questi crimini. I Paesi più a rischio sono noti: Iraq (11 morti) e Siria (10) seguita dallo Yemen (10 morti) dove è in corso una guerra civile tra sunniti sostenuti da Riad e ribelli sciiti Houthi appoggiati dall’Iran.

Ma c’è anche la Francia con le 8 vittime dell’attacco al settimanale satirico Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015. Seguono l’India con 9 morti e il Sud Sudan (7 vittime). Il Messico risulta essere uno dei Paesi più pericolosi al mondo per chiunque, civili inclusi, dove i narcos controllano intere aree del Paese. Lì i giornalisti morti sono stati 8, nelle Filippine 7, così come in l’Honduras. Il rapporto di Rsf ricorda, tra gli altri, l’assassinio del giornalista giapponese Kenji Goto da parte dell’Isis; la giornalista Hindiyo Haji Mohamed, vittima di un’autobomba a Mogadiscio (il marito di Hindiyo, giornalista anche lui, era già stato assassinato nel settembre 2012) e il fotogiornalista Ruben Espinosa, ritrovato senza vita con evidenti tracce di tortura a Città del Messico. «Il suo assassinio – si legge nel rapporto di Reporter senza frontiere – ha provocato un’ondata d’indignazione e una presa di coscienza collettiva sull’assenza incredibile di protezione dei giornalisti in Messico».

Pochi giorni dopo quell’assassinio è entrata in vigore una nuova legge sul tema, ma applicata solo nel distretto della capitale. L’ultimo giornalista in ordine di tempo a essere stato assassinato è Naji Jerf, 38 anni. Naji era uno dei pochi giornalisti indipendenti rimasto a raccontare le atrocità dello Stato slamico. È stato ammazzato il 27 dicembre, a Gaziantep, città a sud della Turchia, ai confini con la Siria. ganizzazione, perché elimina il discrimine tra il rischio assunto con consapevolezza dagli inviati di guerra e i «semplici cronisti» che operano in Paesi non in guerra ma dove la criminalità teme la stampa. «Le entità non-statali commettono atrocità mirate, mentre troppi governi non rispettano i loro obblighi stabiliti dal diritto internazionale -spiega Rsf -. I 110 giornalisti uccisi quest’anno mostrano il bisogno di una risposta che sia all’altezza dell’emergenza». Da registrare anche la morte di 27 cosiddetti «citizen journalist» non professionisti, e sette tra cameramen, fonici e tecnici, esposti agli stessi rischi dei reporter. La minaccia principale viene dai cosiddetti «gruppi non statali» come i jihadisti dell’Isis. Nel 2014 due terzi dei giornalisti uccisi svolgevano il loro lavoro in zone di guerra. Nel 2015 è accaduto l’opposto: «due terzi sono stati eliminati in Paesi in pace», afferma il rapporto di Rsf. che chiede la nomina di un rappresentante speciale del segretario generaSecondo la testimonianza di un amico e collega che era con lui al momento dell’attacco, «due uomini mascherati si sono avvicinati a lui. Uno di loro gli ha sparato due colpi in testa con una pistola silenziosa e poi entrambi sono scappati di corsa, perdendosi nelle strade laterali».

Nessuno ha ancora rivendicato l’omicidio, ma sembra una vera e propria esecuzione. Oltre al bilancio delle vittime tra i giornalisti, nel 2015 è altissimo il numero di reporter rapiti e tenuti in ostaggio: 54, ed ancora più alto il numero di quelli in prigione per aver svolto il loro lavoro: 154. Tra i 54 rapiti, 26 sono tenuti in ostaggio in Siria, 13 in Yemen, 10 in Iraq e 5 in Libia. I detenuti sono in gran parte in Cina (23) ed Egitto (22), 18 in Iraq, 15 in Eritrea, 9 nella Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan, che non tollera la libertà di stampa e l’ha dimostrato spesso facendo arrestate giornalisti e chiudere testate. Gli altri 69 reporter in carcere sono detenuti nel resto del mondo

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