15 anni di centrosinistra. Quando Roma era Roma

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Tra il 1993 e il 2008, con le amministrazioni guidate da Francesco Rutelli e Walter Veltroni, Roma riscopre il bello di essere Capitale e cresce più del resto d’Italia Dal ’93 al 2008, ma non si evita l’incipiente crisi sociale. L’inchiesta Caput mundi /3

«Il primo ricordo che ho del mio primo giorno da Sindaco, è l’impossibilità di fare un comunicato stampa. Oggi, oltre un ventennio dopo, con tutto ciò che abbiamo a disposizione sembra impossibile, ma era proprio così. Quindi la mia prima dichiarazione da sindaco la scrissi su una macchina da scrivere, la inviai all’ufficio stampa con un camminatore (un impiegato addetto a portare documenti da un ufficio all’altro, ndr) perché non c’era né il fax né, tantomeno, Internet. Mi arrivò dopo un’ora, piena di errori, allora dovetti riscriverla, rimandarla all’ufficio stampa, sempre tramite il camminatore. Alla fine mi arresi: chiamai l’ufficio stampa e dissi: senti un po’, mandala come ti pare, basta che la mandi».

Così, oggi, Francesco Rutelli ricorda il primo giorno in cui mise piede in Campidoglio da Sindaco. Per dire quanta distanza c’è tra il mondo di oggi e quello di allora. E segnalare la ventata di novità che quel giovane non ancora quarantenne, ambientalista di provenienza radicale, abituato a girare per Roma con il motorino (e infatti fu subito nominato “Il Sindaco sul Motorino”) avrebbe portato in un’amministrazione pachidermica e sonnolenta e in una città sfasciata, piegata dalla tangentopoli romana e prigioniera del suo ventre molle.

La sua leadership ha segnato il Modello Roma («Più che modello – dice – preferisco però il termine esperienza») sorto con la sua vittoria su Gianfranco Fini nel 1993 e tramontato con la sua sconfitta contro Gianni Alemanno nel 2008. Il percorso era cominciato all’inizio degli anni 90 quando Roma agonizzava sotto i governi del Caf (acronimo dell’alleanza tra Craxi, Andreotti e Forlani) che a Roma si incarnava nella Dc di Vittorio Sbardella (scomparso nel 1994) fisico da ex-picchiatore fascista, poi andreottiano, detto Lo Squalo e del socialista Paris Dell’Unto, bello massiccio anche lui, ex-monarchico, giubbotto di pelle e capelli rossi. Allora tutto quello che si faceva a Roma passava dal loro tavolo all’Augustus, in piazza Augusto Imperatore.

Oltre alla spregiudicatezza li accomunava un carattere rude, l’accento marcato, l’atteggiamento spavaldo, l’abbigliamento sopra le righe che disegnavano una sorta di antropologia del neo-plebeismo romano: personaggi a metà tra Rugantino e Meo Patacca, essi erano radicati soprattutto in quelle borgate «che la sinistra aveva migliorato portandovi i servizi e trasformandone la composizione sociale ora fatta da una massa di piccoli proprietari che premevano per avere mano libera nella speculazione», ricorda Antonello Falomi, assessore nelle giunte di sinistra che dovettero cedere il passo al Caf.

In qualche modo possiamo dire che se la Prima Repubblica muore a Milano e a Palermo, sotto i colpi di Tangentopoli e dello stragismo mafioso, la Seconda Repubblica nasce a Roma: la partita romana anticipa quella nazionale. A sinistra si forma un’alleanza progressista che va oltre il Pds, guidata da un esponente politico che non viene dalla tradizione comunista; e a destra con la candidatura di Gianfranco Fini, allora leader del Msi, appoggiata da Silvio Berlusconi, lo sdoganamento del partito neo-fascista apre la strada a un’inedita alleanza di centrodestra. L’esperienza di governo dura quindici anni esatti, prima con Francesco Rutelli e poi con Walter Veltroni. Entrambi interrompono a metà il secondo mandato per candidarsi alla leadership del Paese, sfidando Silvio Berlusconi, dal quale saranno però entrambi sconfitti.

Due sconfitte figlie più della forza del centrodestra berlusconiano e degli errori del centrosinistra che abbatte per ben due volte i governi guidati da Romano Prodi, che delle colpe dei due candidati. In ogni caso sia per la proiezione nazionale, che per la qualità delle riforme introdotte, Roma in quegli anni è il laboratorio politico del centrosinis tra. Quando finisce il primo mandato di Walter Veltroni, i dati sono questi: nel 2004 Roma è la prima città per crescita valore aggiunto (+4,1%, Milano -0,4, Italia +1,4%) il Pil procapite 2001/2005 è +6,8% (Italia +1,4); il Turismo nel 2005 fa un +22,8% sul 2001 mentre nel resto dell’Italia è in calo. Gli investimenti pubblici 2001-2005 ammontano a 5,5 miliardi di euro; nel 2006-2008 la previsione è di 2 miliardi 170 ml di euro.

Il Censis, che fa una ricerca globale su come i romani percepiscono la propria città e chiede loro di immaginarla dieci anni dopo, scrive: «Il quadro globale che emerge dai risultati indica una città vitale sul piano demografico, socioeconomico e della proiezione internazionale, con un positivo microclima favorevole all’innovazione e alla voglia di fare, soprattutto dei più giovani, in cui il senso di appartenenza comunitaria e la consolidata tradizione solidale faciliteranno l’indispensabile integrazione degli immigrati e dove la qualità delle vita rimarrà elevata».

Oggi il paradigma pare completamente rovesciato. In quegli anni c’era una connessione tra l’azione di governo e la percezione dei cittadini. Modernizzazione infrastrutturale, sviluppo, equità e solidarietà, cultura che era al tempo stesso industria e identità, si traducevano in migliore qualità della vita: metropolitane e ferrovie di superficie, il Maxxi, l’Auditorium, la Nuvola, la Festa del Cinema, le 100 piazze con interventi in tutte le periferie. Sostengono i critici come Gianni Alemanno che si trattava di tutta fuffa, fondata sull’espansione senza limiti del debito pubblico, solo panem et circenses, un paravento di cartapesta dietro cui si celava in realtà un formidabile sistema di potere e di consenso.

«Del Modello Roma si riempivano la bocca tutti i commentatori – scrive Alemanno nel suo Verità Capitale- giungendo addirittura ad attribuire a questo teorema il fatto che Roma, fino alla crisi economica del 2008, cresceva a una velocità superiore a quella di Milano e del resto del paese. Tutti sembravano non comprendere che questa effimera supremazia derivava semplicemente dalla deindustrializzazione italiana, che colpiva più le regioni del Nord che non un’economia basta sul terziario come quella romana».

Vedremo in una prossima tappa del nostro viaggio più compiutamene la questione del debito monstre di Roma Capitale, per ora basterà dire che i protagonisti del Modello Roma respingono al mittente le accuse: di fronte a un debito accumulato nel corso di decenni i nostri sono limitati e riguardano gli investimenti, dicono. Il tema critico, già in quegli anni, a me pareva un altro: il fatto che, malgrado oltre un decennio di buon governo del centrosinistra erano evidenti i segnali di una incipiente crisi sociale.

«È un disagio che preme sotto la pelle di Roma fatto di nuove povertà tutte italiane: famiglie sfrattate, anziani, donne sole, lavoratori precari», annotavo nel 2006 in Roma Città Fu tu ra riportando le parole del Direttore della Caritas romana, don Guerino Di Tora: «Il fenomeno in aumento è quello di famiglie che sono scivolate nella povertà e parliamo di famiglie che hanno uno stipendio, forse due: perché con uno stanno magari pagando il mutuo contratto per la casa e con l’altro non ce la fanno a pagare i servizi, come l’asilo nido o altro».

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